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della procedura e generalità del creditore), 2 (determinazione della somma che si intende insinuare al passivo o descrizione del bene di cui si chiede la restituzione o la rivendicazione) e 3 (succinta esposizione dei fatti e degli elementi di diritto che costituiscono la ragione della domanda, cioè gli elementi costitutivi della domanda giudiziale sopra ricordati), la cui omissione o assolutamente incerta determinazione implica l'inammissibilità del ricorso, senza alcuna possibilità di sanatoria (in particolare l'applicazione dell'art. 164 c.p.c. in tema di nullità della citazione appare preclusa dalla norma speciale appena menzionata). Tale inammissibilità costituisce tuttavia una pronuncia in rito che non impedisce la riproposizione del ricorso, naturalmente però in via tardiva ex art. 101 L.F. (cfr. art. 96, 1° comma, conformemente alla posizione assunta dalla S.C. in tema, ad esempio, di irritualità della domanda di insinuazione tardiva: v. Cass., sez. I, 30.9.2004, n. 19628), ogni qual volta sia già decorso il termine per la presentazione di domanda tempestiva. Analoga soluzione, proprio perché rispondente ad un principio generale, dovrebbe poi essere adottata ogni qual volta vi sia una pronuncia in rito che impedisca l'accoglimento della domanda.
Certamente i punti n. 2 e 3 potrebbero risultare determinabili attraverso il
rinvio alla documentazione allegata (Cass., sez. I, 12.11.2003, n. 17023: "l'identificazione   dell'oggetto  della  domanda va operata avendo riguardo all'insieme  delle  indicazioni  contenute  nell'atto  di citazione    e dei documenti ad esso allegati"), ma a tal fine un espresso, chiaro e specifico rinvio appare necessario per evitare una pronuncia di inammissibilità.
L'indicazione della procedura cui si intende partecipare non sembra porre particolari problemi neanche nell'ipotesi di fallimento con pluralità di masse, ove basterà chiedere di essere ammessi al passivo sociale per "ritrovarsi" ammessi anche ai passivi personali dei soci illimitatamente responsabili ai sensi del disposto dell'art. 148 L.F. che non ha subito modifiche sul punto (ma anzi la codificazione del principio di conservazione del privilegio generale, già sancito dalla giurisprudenza di legittimità).
Di particolare importanza è l'indicazione del "
titolo di prelazione, anche in relazione alla graduazione del credito, nonché la descrizione del bene sul quale la prelazione si esercita, se questa ha carattere speciale" (n. 4).  La conseguenza dell'omissione o dell'assoluta indeterminatezza di tale requisito del ricorso comporta l'ammissione in chirografo.
Certamente, le domande (frequenti) in cui si chiede l'ammissione in privilegio senza specificazione del titolo avranno vita dura e saranno immancabilmente ammesse in chirografo. Occorrerà trovare un punto di equilibrio tra formalismo e rispetto del contraddittorio (cui è finalizzata la disciplina che vuole la domanda determinata in tutti i suoi punti essenziali).
Cosa deve intendersi per
titolo della prelazione ? Esso sarà l'iscrizione ipotecaria per l'ipoteca, la consegna del bene nel caso del pegno e, per quanto riguarda la più frequente ipotesi dei privilegi, esso è rappresentato essenzialmente dalla natura del rapporto obbligatorio con il risultato che la precisa individuazione della causa del credito accompagnata dalla richiesta del privilegio dovrebbe essere in molti casi sufficiente a soddisfare al requisito in esame. Si pensi alle domande in cui il creditore si limita a chiedere l'ammissione in privilegio e a dedurre la natura del rapporto (es. lavoro subordinato). In altri casi il rapporto deve essere qualificato in modo sufficientemente preciso da permettere l'individuazione di tutti gli elementi costitutivi del diritto di prelazione. In altri casi ancora, concorrendo sul credito, o per le diverse componenti dello stesso (corrispettivo, iva, etc.) privilegi differenti, la genericità del ricorso dovrebbe giocare contro la sua stessa ammissibilità, essendo assolutamente incerto quale dei diversi privilegi astrattamente sussistenti sia stato invocato.
In concreto: è sufficiente la deduzione della natura artigiana dell'impresa erogatrice del servizio o fornitrice del bene oppure occorre dedurre tutti gli elementi utili alla qualificazione dell'impresa come artigiana ? La
stella polare nella soluzione di questi problemi è quella del rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa. In definitiva richiamare la natura artigiana dell'impresa implica richiamare, sia pure sinteticamente, quegli elementi essenziali (di cui all'art. 2083 c.c.) sottesi a tale nozione sicchè le parti, e in particolare il curatore, saranno in grado di interloquire agevolmente pure se il creditore istante non avrà compiutamente precisato nel ricorso dati sintomatici quali il volume d'affari, il numero dei dipendenti, la prevalenza del lavoro personale dell'imprenditore etc.. Naturalmente però detti elementi dovranno essere in concreto dimostrati con l'allegazione di documentazione utile allo scopo.
Un'altra questione che va affrontata è quella della necessità o meno, in sede di ammissione al passivo, di accertare la
materiale acquisizione, in particolare, del bene oggetto di privilegio speciale. Non pare che i termini della questione siano modificati dalla nuova disciplina, la quale si preoccupa unicamente dell'individuazione del bene oggetto di prelazione e dell'esatta collocazione del credito insinuato senza nulla dire dell'effettiva esistenza del bene, dovendosi rinviare al riparto la relativa questione in quanto afferente al concreto realizzo della garanzia reale (si rinvia pertanto a Cass., sez. un., sentenza n. 16060 del 20/12/2001).
Va poi ricordato, in tema di individuazione e descrizione del bene oggetto di prelazione speciale, che secondo la S.C. "in  sede  di  verifica  dello  stato  passivo fallimentare, affinche' possa  utilmente  richiedersi  il  riconoscimento  di  un  privilegio speciale  non  e'  necessario  che  il creditore dia l'indicazione di ciascun  bene  oggetto  della causa di prelazione (della cui presenza nel  patrimonio  del  debitore  egli  potrebbe  anche  non  essere  a conoscenza),  ma  e'  necessario  (e  sufficiente)  -  al  fine della specificita'  della 
domanda  e  della garanzia del contraddittorio - che  il  diritto venga indicato nelle componenti essenziali, di fatto e  di  diritto,  da  cui  derivino  i  criteri di individuazione e di determinazione  dei  beni soggetti alla soddisfazione prioritaria del creditore  fruente  del  privilegio" (Cass., sez. I, 14.1.2004, n. 334). Tale affermazione appare solo in parte ancora attuale, atteso che oggi la legge richiede espressamente la descrizione del bene.
Al ricorso devono essere allegati i
documenti dimostrativi del diritto del creditore ovvero del diritto del terzo che chiede la restituzione o rivendica il bene. I documenti non presentati con la domanda devono essere al più tardi e a pena di decadenza depositati quindici giorni prima dell'udienza fissata per l'esame dello stato passivo (art. 93, commi 6 e 7).
Dunque, il termine per la produzione dei documenti è posto a pena di decadenza ed assume così natura perentoria ex art. 153 c.p.c..
Saranno pertanto inammissibili
produzioni documentali tardive. Potrà essere consentita una rimessione in termini ex at. 184 bis c.p.c. ? La norma stenta ad assumere una portata (da più parti invocata) generale, dettata com'è con riguardo ad un procedimento ordinario di cognizione e difficilmente esportabile in materia di procedimenti camerali e soprattutto in presenza di esigenze di celerità e speditezza (si consideri che chi voglia invocare la rimessione dovrebbe provare anche la non imputabilità del ritardo). Ma non è difficile preannunciare la questione della sua applicabilità nella sede in esame (specie dove la verifica, non essendone possibile il completamento alla prima udienza, si protragga per più udienze).
Va premesso che nessun ostacolo può configurarsi alla produzione di documenti successivamente al termine suddetto (ad esempio unitamente alle memorie di replica) ed
in limine all'udienza quando tale produzione scaturisce dalle conclusioni assunte dal curatore nel progetto di stato passivo.
Ciò detto, quanto alla mera tardività della produzione tendenzialmente darei una risposta negativa al quesito atteso che
la rimessione in termini non sembra essenziale al rispetto del principio del contraddittorio e del diritto di difesa almeno ogni qual volta la decisione di non ammissione di una prova non precluda irreversibilmente la possibilità di fornire quella stessa prova in una fase successiva del giudizio, qual'è quella del giudizio di impugnazione ex art. 99, nel quale non si trova alcuna disposizione preclusiva al deposito di prove nuove o alla riproposizione di prove già presentate davanti al giudice delegato.
Si deve registrare una
sfasatura tra il termine per il deposito di documenti e quello previsto per il deposito in cancelleria del progetto di stato passivo contenente le conclusioni del curatore. In sostanza quest'ultimo sarà costretto a depositare il progetto correndo il rischio che i creditori presentino contestualmente documenti che potrebbero portarlo a diverse conclusioni. Dovrà pertanto esaminare tali documenti successivamente al deposito del progetto ed eventualmente poter modificare le proprie conclusioni in udienza.
Gli
effetti della domanda (disciplinati dall'art. 94) sono infine parificati a quella della domanda giudiziale (si pensi all'effetto interruttivo ex art. 2943 c.c.) e operano "per tutto il corso della procedura".

4. Il procedimento di verifica del passivo.

L'aver il legislatore inteso "processualizzare" la verifica del passivo induce l'interprete a ricercare spazi, all'interno del procedimento delineato dall'art. 95, per l'
applicazione di istituti propri del giudizio ordinario di cognizione e a trasferirvi le questioni dibattute con riguardo ad istituti quali le preclusioni alle diverse attività processuali, le decadenze e la possibilità di rimessione in termini, l'identificazione dei poteri delle parti e del giudice (si guardi al dibattito in continua evoluzione su ciò che può essere eccepito solo dalle parti e ciò che invece può essere rilevato d'ufficio dal giudice), della possibilità di mutatio (mutamento degli elementi costitutivi ed essenziali della domanda) ed emendatio (precisazione degli elementi già enunciati originariamente come ad esempio variazioni quantitative del petitum) libelli, l'esistenza di un dovere del giudice di sottoporre ad un contraddittorio preventivo le questioni rilevabili d'ufficio (cfr. art. 183, 4° comma, c.p.c.).
Solo alcune di tali questioni appare peraltro esportabile nella sede in esame, in quanto non deve dimenticarsi che l'esigenza primaria che il legislatore ha voluto soddisfare, tanto da subordinarvi lo stesso diritto alla prova, è quella della speditezza del procedimento.
Tuttavia, poiché nella verifica del passivo si svolge un vero e proprio primo grado di giudizio (dove il giudizio di impugnazione ex art. 99 sostituisce di fatto l'appello e si porta immediatamente a ridosso del ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c.), la pressione delle parti per poter disporre degli stessi strumenti garantiti nel processo ordinario si farà comprensibilmente sentire in modo forte.
L'art. 95, 1° comma, prevede che il curatore predisponga un
progetto di stato passivo "rassegnando per ciascuna domanda tempestivamente presentata le sue motivate conclusioni. Il curatore può eccepire i fatti estintivi, modificativi o impeditivi del diritto fatto valere, nonché l'inefficacia del titolo su cui sono fondati il credito o la prelazione, anche se è prescritta la relativa azione". Questa norma contiene in sé una "ristrutturazione" della figura del curatore che non è più collaboratore del giudice delegato nella verifica dei crediti e nella formazione dello stato passivo ma si vede elevato a vera e propria parte in senso tecnico del giudizio di verifica del passivo. I suoi poteri processuali vanno visti nella prospettiva del processo e appaiono formalizzati perché destinati ad essere esercitati nei modi prescritti dalla legge.
Del deposito del progetto di stato passivo va data
comunicazione ai creditori, i quali possono entro cinque giorni prima dell'udienza, depositare memorie scritte.
All'udienza di verifica, dunque, vi è già un
contraddittorio, almeno potenziale, sulle conclusioni assunte dal creditore e dal curatore e su dette conclusioni il giudice delegato "anche in assenza delle parti, decide su ciascuna domanda, nei limiti delle conclusioni formulate ed avuto riguardo alle eccezioni del curatore, a quelle rilevabili d'ufficio ed a quelle formulate dagli altri interessati".
Viene in questa sede codificato, dunque, il
principio della domanda e il divieto di ultrapetizione del giudice.
La legge sembra prevedere un procedimento in cui, all'udienza di verifica, si è già maturata la decadenza dalla produzione di nuovi documenti. Non sembra essersi maturata invece alcuna preclusione per la deduzione di altri mezzi istruttori (dei quali non occorre fornire indicazione nel ricorso).
Non è invece chiaro, e sarà certamente materia di controverse interpretazioni, se vi siano decadenze e preclusioni riferibili alla possibilità di modificare le conclusioni del ricorrente e quelle del curatore dopo, rispettivamente, il deposito della domanda e il deposito del progetto di stato passivo, ferma restando la possibilità di svolgere le ulteriori attività difensive (anche modificative delle conclusioni rassegnate, delle domande - presumibilmente nei limiti di una semplice
emendatio libelli - e delle eccezioni svolte), rese necessarie dallo sviluppo del contraddittorio.
Lo schema normativo del procedimento sembra prevedere, con la formazione del progetto di stato passivo e il deposito delle "osservazioni scritte", la cristallizzazione del
thema decidendum, sul quale il giudice delegato è chiamato a decidere, lasciando aperta unicamente la possibilità di nuove eccezioni o deduzioni solo nei limiti in cui esse siano state rese necessarie dalle difese della controparte. Sarà il giudice delegato abilitato a rilevare d'ufficio tali possibili preclusioni ?
Può verificarsi l'ipotesi in cui i termini stabiliti dalla legge per le predette attività processuali, non vengano rispettati, ad esempio perché le scritture contabili sono state depositate in ritardo.

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