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Dunque il primo potere processuale spettante al consulente di parte è quello di assistere all'espletamento delle operazioni peritali.
A tal fine risulta essenziale la comunicazione ai consulenti di parte tempestivamente nominati della data, dell'ora e del luogo di inizio delle operazioni peritali. Detta comunicazione, come si è visto, spetterebbe alla Cancelleria, in base alla disposizione prima ricordata (art. 91, 2° comma, disp. att. c.p.c.), del resto del tutto inattuata. Nella pratica giudiziaria accade che le indicazioni relative alla data, ora e luogo dell'inizio delle operazioni peritali siano date alle parti all'udienza di conferimento dell'incarico.
E' opportuno ricordare il precedente giurisprudenziale che ha comminato la nullità della consulenza nel caso in cui l'inizio delle operazioni peritali, non stabilito in udienza, era stato comunicato dal consulente ai difensori delle parti a mezzo raccomandata (Cass., sez. lav., 15.1.1988, n. 297).
Per tale ragione è preferibile troncare ogni possibile contestazione fissando l'inizio delle operazioni peritali in udienza.
L'essenziale è comunque che le parti e i rispettivi consulenti siano messi in condizione di poter partecipare alle operazioni peritali che si svolgano in assenza del Giudice istruttore, durante l'intero corso delle stesse (Cass., sez. , 10.10.1989, n. 4054). La massima giurisprudenziale tralatizia (v. ad esempio Cass., sez. II, 9.2.1995, n. 1457) secondo cui non spetterebbe ai consulenti di parte alcuna ulteriore comunicazione oltre quella relativa all'inizio delle operazioni peritali, va dunque accolta con alcune precisazioni: 1) qualora, iniziate le operazioni peritali, il consulente d'ufficio le rinvii a data da destinare, occorrerà comunicare ai consulenti di parte le indicazioni necessarie per metterli in condizione di presenziare alla ripresa dell'attività (Cass., sez. I, 3.1.2003, n. 15); 2) ai consulenti di parte compete un onere di diligenza, dovendosi loro imputare l'assenza alle operazioni peritali ove essi erano stati messi in condizione di parteciparvi; 3) il potere di partecipazione del consulente di parte all'attività del perito non si estende alla fase della formulazione di chiarimenti chiesti dal Giudice, anche in risposta a osservazioni poste dalle parti, ove non siano eseguiti nuovi accertamenti (Cass., sez. III, 17.3.2005, n. 5762); 4) la necessità della partecipazione dei consulenti di parte non si avverte nemmeno nei casi in cui il consulente debba esaminare atti accessibili a chiunque, come ad esempio pubblici registri (Cass., sez. II, 11.12.1992, n. 13109); 5) ogni comunicazione deve essere fatta ai difensori, e non direttamente alle parti (Cass., sez. lav., 15.1.1988, n. 297, cit.); 6) nessuna comunicazione spetta alle parti contumaci.
In altre parole, pur senza indulgere a vuoti formalismi, appare indubitabile (soprattutto alla luce della chiara motivazione della citata sentenza n. 4054 del 1989 della S.C.) che l'esigenza di rispetto del contraddittorio permanga durante tutto il corso delle operazioni peritali.
Occorre ora chiedersi quali siano le conseguenze della violazione del contraddittorio nell'espletamento della consulenza d'ufficio.
In tal senso, si registra in termini del tutto uniformi l'affermazione della nullità della consulenza ove sia omesso, nei modi e termini sopra esaminati, l'avviso alle parti del giorno, ora e luogo di inizio delle operazioni peritali e ciò abbia determinato un pregiudizio al diritto di difesa (Cass., sez. un., 18.3.1988, n. 2481; 20.10.1994, n. 10971). Si tratta tuttavia di una nullità relativa, che può essere fatta valere solo dalla parte interessata non quindi d'ufficio dal Giudice) attraverso la proposizione di apposita eccezione nel primo atto difensivo o udienza successivi al deposito dell'elaborato peritale, restando - in mancanza - sanata (oltre alle sentenze da ultimo citate, Cass., sez. III, 17.3.2005, n. 5762; sez. II, 9.2.1995, n. 1457).
Un'ulteriore questione che emerge dall'esame delle massime giurisprudenziali concernenti il tema, è quella delle conseguenze della mancata verbalizzazione delle operazioni compiute dal consulente d'ufficio in assenza del Giudice ovvero delle istanze delle parti e dei loro consulenti. La giurisprudenza appare orientata nel ritenere che dette omissioni non determinano alcuna nullità (Cass., sez. lav., 11.5.2005, n. 9890; sez. I, 3.1.2003, n. 15). Del resto, le osservazioni tecniche del consulente di parte costituiscono difese che possono essere fatte proprie e riprese negli atti difensivi di causa dai procuratori delle parti. Ciò non toglie che una puntuale verbalizzazione, sottoscritta da tutti i presenti, di tutti i profili sopra cennati sia del tutto opportuna al fine di prevenire eccezioni di irritualità della consulenza e di scoraggiare contestazioni pretestuose.

L'attività e i poteri del consulente tecnico d'ufficio.
Naturalmente importanza cruciale assume il quesito posto dal Giudice istruttore, al quale compete la delimitazione dell'oggetto dell'indagine. Il consulente d'ufficio (per quanto sia ovvio) è in primo luogo tenuto ad osservare le disposizioni del Magistrato che lo ha nominato, contenute nell'ordinanza di nomina ovvero trascritte nel verbale dell'udienza di conferimento dell'incarico.
L'esecuzione dell'incarico è personale e non può essere delegata a terzi. Il consulente può avvalersi di collaboratori per l'espletamento di operazioni materiali o accessorie e strumentali ma assumendone la responsabilità verso le parti e il Giudice. Certamente non delegabili sono l'attività di accertamento e di valutazione dei fatti sottopostigli. Il Giudice istruttore, ricorrendone giustificati motivi, può sempre autorizzare espressamente il consulente ad avvalersi della collaborazione di terzi così come può affiancargli altri consulenti, in casi di speciale complessità dell'incarico.
L'autorizzazione del Giudice, che ne valuta la necessità o l'opportunità, è poi presupposto per poter ripetere le spese derivanti dall'ausilio del terzo, spese che diversamente restano a carico dello stesso consulente.
L'obbligo di diligenza e perizia nell'espletamento dell'incarico del consulente è presidiato non solo sotto il profilo della responsabilità disciplinare e civile, ma addirittura da una disposizione penale (art. 64 c.p.c.) che incrimina la condotta del consulente d'ufficio il quale incorra in colpa grave nell'esecuzione degli atti che gli sono richiesti e commina la sanzione dell'arresto fino ad un anno o dell'ammenda fino a € 10.329, salvo l'obbligo del risarcimento del danno.   
Il comportamento del consulente nell'esecuzione dell'incarico deve improntarsi non solo a diligenza e perizia ma anche e soprattutto a imparzialità.
Al fine di essere e apparire imparziale, oltre ad astenersi nei casi previsti e rappresentare al Giudice istruttore eventuali situazioni potenzialmente pregiudizievoli all'immagine di equidistanza dalle parti del giudizio, il consulente deve evitare alcuni comportamenti censurabili quali:
- incontri privati con una sola delle parti;
- esame di documenti o atti prodotti dall'una parte o acquisiti
aliunde e non comunicati all'altra.
Bisogna ribadire l'importanza del rispetto delle regole indicate dagli artt. 194 c.p.c. e 90 disp. att. c.p.c.:
1) le operazioni peritali sono rigorosamente soggette, nei termini visti, al contraddittorio di tutte le parti del processo: tutti i documenti posti a base dell'accertamento peritale devono poter essere esaminati dalle parti e dai loro consulenti;
2) il consulente non può liberamente acquisire dalle parti o da terzi documenti che non siano già ritualmente acquisiti in giudizio ovvero la cui acquisizione sia stata espressamente autorizzata dal Giudice istruttore;
Assolutamente da stigmatizzare poi è la c.d. gestione "privata" della consulenza tra il consulente e le parti o una di esse. Si tratta di casi in cui, magari nell'intento di conciliare le parti, il consulente media nel suo responso le opposte posizioni delle parti rendendo quindi un accertamento o una valutazione non aderente ai dati oggettivi ma rispondente ad una malintesa finalità compromissoria (ad esempio mediando le opposte posizioni delle parti nella quantificazione del danno biologico).

L'acquisizione di documenti e di informazioni

L'art. 194, 1° comma, c.p.c., come già anticipato, consente al Giudice di autorizzare il consulente tecnico a domandare chiarimenti alle parti, ad assumere informazioni da terzi e a eseguire piante, calchi e rilievi.
Si tratta di una disposizione connotata da una forte ambiguità che dà non pochi grattacapi all'interprete.
Il primo problema da affrontare è quello di stabilire l'esistenza o meno di limiti, riguardanti la stessa potestà autorizzatoria del Giudice istruttore, al potere di acquisizione e di indagine del consulente, problema che va risolto ricordando e richiamando i limiti posti all'acquisizione diretta di documenti e informazioni da parte del Giudice istruttore.
Nel processo ordinario di cognizione, fatto salvo il potere di allegazione e produzione dirette della parte (nel rispetto dei termini di preclusione previsti), esistono infatti due strumenti che permettono detta acquisizione.
Il primo, disciplinato dall'art. 210 c.p.c. (ordine di esibizione alla parte o al terzo), consente al Giudice di ordinare alle parti o a terzi l'esibizione di documenti o di cose di cui ritenga necessaria l'acquisizione al processo, ma solo su istanza di una delle parti del processo.
Il secondo, disciplinato dall'art. 213 c.p.c., consente al Giudice istruttore di richiedere - questa volta d'ufficio - alla Pubblica Amministrazione le informazioni scritte (si badi, non i documenti) relative ad atti e documenti dell'Amministrazione stessa, che è necessario acquisire al processo.
Se questi sono i canali esclusivi attraverso i quali possono "entrare" nel processo atti e documenti non allegati dalle parti, allora appare coerente assoggettare l'acquisizione documentale "mediata" dal consulente ai medesimi limiti, onde evitarne l'aggiramento il modo surrettizio.
Non vi sono in effetti né appigli normativi né ragioni logico-sistematiche per trasformare la consulenza tecnica in un autonomo mezzo di libera ricerca e acquisizione della prova, in particolare documentale.
Fatta questa premessa, appare del tutto legittima, perché rispettosa delle regole in tema di onere della prova, l'ordinanza del Giudice istruttore che accoglie l'istanza di ordine di esibizione fatta da una delle parti, disponendo l'acquisizione del documento per il tramite del consulente.
Ciò tuttavia a condizione che sussistano i presupposti per l'accoglimento dell'istanza ai sensi dell'art. 210 c.p.c. o per l'esercizio dei poteri di cui all'art. 213 c.p.c..
La giurisprudenza ha fornito alcuni principi che sovrintendono alle acquisizioni di documenti:
a) non è consentita l'esibizione ex art. 210 c.p.c. di documenti che le parti hanno la possibilità di acquisire e produrre autonomamente (Cass., sez. III, 6.10.2005, n. 19475); ciò in quanto l'istituto non può servire a sopperire all'onere probatorio delle parti;
b) l'esistenza del documento che si chiede di acquisire deve essere certa e deve esserne specificato il contenuto (Cass., sez. III, 5.8.2002, n. 11709; Cass., sez. I, 13.6.1991, n. 6707; sez. lav., 4.9.1990, n. 9126); ciò al fine di escludere l'esibizione c.d. esplorativa e di valutare l'ulteriore presupposto dell'indispensabilità;
c) l'acquisizione del documento deve vertere su punti decisivi della controversia ed essere indispensabile e non devono esservi altri mezzi per provare il fatto rappresentato dal documento in questione (Cass., sez. lav., 14.7.2004 n. 12997);
d) non è consentita l'acquisizione d'ufficio di informazioni ex art. 213 c.p.c. su fatti che potrebbero essere agevolmente provati dalle parti e che le parti hanno l'onere di provare (cfr. Cass., sez. I, 7.11.2003, n. 16713).
Se tali condizioni sono rispettate l'acquisizione documentale o di informazioni potrà avvenire tramite il consulente.
Diversamente, si avrà un'acquisizione che viola le regole in materia di onere della prova e lo stesso principio dispositivo che sovrintende al processo civile (ove ovviamente non ricorrano quelle ipotesi tipiche e tassative nelle quali il Giudice esercita poteri istruttori di tipo inquisitorio, e cioè indipendenti dalle allegazioni o richieste istruttorie delle parti).
La giurisprudenza, in una serie numerosa di massime, appare disinteressata ad espungere dal processo dichiarazioni di terzi comunque acquisiti al processo: "il consulente tecnico, nell'espletamento del mandato ricevuto, può chiedere informazioni a terzi per l'accertamento dei fatti collegati con l'oggetto dell'incarico senza bisogno di una preventiva autorizzazione del giudice e queste informazioni, quando ne siano indicate le fonti in modo da permettere il controllo delle parti, possono concorrere con le altre risultanze di causa alla formazione del convincimento del giudice (v. ad esempio Cass., sez. III, 10.8.2004, n. 15411; sez. II, 11.3.1995, n. 2865).
In realtà detta affermazione non contraddice ma è completata dal seguente principio: " … [il potere del consulente tecnico] di assumere informazioni da terzi ed accertare ogni circostanza necessaria per rispondere ai quesiti del giudice - sempre indicando le sue fonti d'informazione - è circoscritto agli elementi accessori, rientranti nell'ambito strettamente tecnico della consulenza, e non ai fatti o alle situazioni che, in quanto posti a fondamento delle domande o delle eccezioni delle parti, debbono essere provati da queste. Detto potere non può, quindi, spingersi fino all'acquisizione di fatti fondamentali, mediante informazioni chieste a terzi o chiarimenti domandati alle parti stesse, ciò che si tradurrebbe nell'assunzione di una prova testimoniale o in un interrogatorio non formale da parte di un organo del processo diverso da quello previsto dalla legge senza l'osservanza delle forme e delle garanzie dalla stessa previste" (Cass., sez. III, 19.12.1980, n. 6569).
Dunque, le informazioni assunte da terzi o dalle parti, nel rispetto del mandato ricevuto, assumono valore indiziario quali prove atipiche che, comunque, non assurgono alla valenza di prove testimoniali o di confessione.
Le indagini compiute invece con sconfinamento da questi limiti intrinseci del mandato sono nulle per violazione del principio del contraddittorio e restano prive di qualsiasi effetto probatorio anche solo indiziario (Cass., sez. , 29.5.1998, n. 5345).
La regola che si trae e l'indicazione che si deve dare al consulente, in tema di assunzione di informazioni, è la seguente:
a) chiedere preventivamente l'autorizzazione del giudice all'assunzione di informazioni presso le parti e i terzi;
b) verbalizzare puntualmente le dichiarazioni rese, specificando le generalità di chi le ha rese;
c)  limitare detta attività ai fatti accessori e secondari, evitando di interrogare terzi e parti sui fatti posti a fondamento della domanda o dell'eccezioni svolte dalle parti.
La violazione di tali regole può comportare un vizio che si trasmette alla sentenza (che si fondi sulle suddette risultanze) minandone la stabilità (Cass., sez. , 26.10.1995, n. 11133).
Ove il consulente espleti un'attività non esclusivamente valutativa ma anche percipiente, procedendo all'accertamento oggettivo di fatti, così come quando acquisisca nuovi documenti e informazioni dalle parti o dai terzi, si pone il problema del rapporto tra tale attività istruttoria e i termini di preclusione di cui all'art. 184 c.p.c., riguardanti appunto le istanze istruttorie delle parti ma non quelle del Giudice.
Qualora il Giudice istruttore ammetta la consulenza dopo la scadenza dei suddetti termini di preclusione, occorrerà consentire alle parti di svolgere a loro volta istanze istruttorie concernenti i fatti oggetto dell'accertamento o delle acquisizioni documentali del consulente. Troverà pertanto applicazione la disposizione di cui all'art. 184 ultimo comma c.p.c., secondo la quale nel caso in cui vengano disposti d'ufficio mezzi di prova, ciascuna parte può dedurre, entro un termine perentorio, assegnato dal Giudice, i mezzi di prova che si rendono necessari in relazione ai primi.

La relazione del consulente e la sentenza del Giudice
Il deposito della relazione scritta deve avvenire nel rispetto del termine assegnato dal Giudice. Si tratta di un termine ordinatorio e quindi prorogabile dal Giudice istruttore purchè la richiesta di proroga (la quale deve indicare le ragioni del ritardo) sia stata depositata prima della scadenza del termine.
Il ritardo nel deposito della relazione può in effetti determinare la nullità della consulenza, ma solo ove a detto ritardo sia conseguito un pregiudizio al diritto di difesa delle parti. In questa chiave va quindi intesa l'affermazione (riferita al processo speciale del lavoro) secondo la quale, nel  rito del lavoro, il mancato rispetto del termine per il deposito della  relazione  scritta  del  consulente  tecnico  d'ufficio di cui all'art.  424,  terzo  comma, cod. proc. civ. integra una nullita' di ordine  relativo,  la  quale  resta sanata se non opposta dalla parte nella prima istanza o difesa successiva alla scadenza del termine (Cass., sez. lav., 9.4.1999, n. 3488).
Difatti, tale nullità resta esclusa ove detto  deposito avvenga almeno dieci giorni prima della nuova udienza di discussione e  senza  pregiudizio,  quindi, del diritto di difesa, ad esempio perché il Giudice differisce l'udienza  di discussione proprio allo scopo di consentire alle parti di  esaminare  la  relazione peritale depositata in ritardo e dedurre in merito (Cass., sez. lav., 26.5.2004, n. 10157).
Conseguentemente, la prassi diffusamente seguita di concedere sempre termini alle parti per l'esame della consulenza, esclude in radice, anche nel processo del lavoro, qualsiasi nullità.
Le conseguenze del ritardo, pertanto, operano su piani diversi. Da un lato, la riduzione del compenso spettante al consulente, stante il disposto dell'art. 52, D.P.R. 30.5.2002 n. 115 (per gli onorari a tempo non si tiene conto del periodo successivo alla scadenza del termine e riduzione di un quarto degli altri onorari). Dall'altro la rilevanza del comportamento del consulente ai fini della  verifica della ragionevole durata del processo. In tal senso, ai  fini  dell'accertamento  della  violazione  del termine di durata ragionevole  del  processo, l'art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89 impone  di  considerare, in relazione alla complessita' del caso, non solo  il comportamento delle parti e del giudice del procedimento, ma anche  di  ogni altra autorita' chiamata a concorrervi o, comunque, a contribuire  alla  sua  definizione,  tra  cui  rientra il consulente tecnico  d'ufficio (Cass., sez. I, 30.10.2003, n. 16315).
Gli accertamenti e le valutazioni del consulente non sono vincolanti per il Giudice, il quale può certamente disattendere i risultati della consulenza. Nel farlo, però, deve fornire adeguata motivazione, chiarendo i motivi per i quali la consulenza deve ritenersi inattendibile o errata o inutile (Cass., sez. lav., 21.8.2003, n. 12304).
Il Giudice del merito, che riconosca convincenti le conclusioni del consulente tecnico d'ufficio, non è tenuto ad esporre in modo specifico le ragioni del suo convincimento, poichè l'obbligo della motivazione è assolto già con l'indicazione delle fonti dell'apprezzamento espresso, dalle quali possa desumersi che le contrarie deduzioni delle parti siano state implicitamente rigettate, con la conseguenza che (Cass., sez. III, 6.10.2005, n. 19475). Non può il Giudice, invece, esimersi da una più puntuale motivazione, allorquando le critiche mosse alla consulenza dai consulenti di parte siano specifiche e tali, se fondate, da condurre ad una decisione diversa da quella adottata: in questo caso l'insufficiente motivazione della sentenza sul punto potrebbe costituire motivo di impugnazione della stessa (Cass., sez. I, 20.5.2005, n. 10668; nel senso che solo le critiche provenienti dai consulenti di parte, e non quelle formulate dai difensori, costringano il Giudice ad uno sforzo di motivazione: Cass., sez. lav. 21.4.2005, n. 8297).

Il compenso del consulente tecnico d'ufficio.
Il compenso viene liquidato dal Magistrato (individuato in relazione all'assegnazione del fascicolo nel quale la consulenza è stata espletata) applicando i criteri di cui alla tabella allegata al D.M. 30.5.2002.
La liquidazione (la quale ha la funzione di rendere esigibile il compenso) avviene con decreto (soggetto ad impugnazione ai sensi dell'art. 170 D.Lg. 30.5.2002, n. 115), il quale provvede pure ad indicare la parte (o le parti) tenute al pagamento della somma liquidata.
Il Giudice determina altresì le parti obbligate al pagamento del compenso. La prassi di porre quest'ultimo a carico di tutte le parti del giudizio in solido tra loro appare rispondente ad un'esigenza di equità, laddove l'accertamento risponde ad un interesse comune alle stesse parti, nonché di tutela della ragione creditoria del consulente, il quale disporrà di più patrimoni sui quali contare per la soddisfazione del proprio credito.
Quanto alle spese relative alle prestazioni rese dai consulenti di parte, va ricordato che le stesse devono considerarsi, quando detta assistenza tecnica è stata utile e non superflua, spese ripetibili nei confronti del soccombente condannato alla rifusione delle spese di lite ex art. 91 c.p.c..
I rapporti tra la sentenza che definisce il giudizio e regola le spese di causa in base alla regola della soccombenza, dovrebbero essere improntati ad una reciproca indipendenza. Infatti, la sentenza non può incidere sul decreto di liquidazione sia con riguardo alla liquidazione del compenso sia con riguardo alle parti tenute al pagamento nei confronti del consulente. Non va dimenticato che mentre il decreto di liquidazione è reso nei confronti del consulente e può essere impugnato oltre che dalle parti anche dallo stesso consulente, rispetto al giudizio e alla sentenza che lo definisce il consulente è un soggetto estraneo cui non è assicurato il contraddittorio né un diritto di impugnazione.
Non può pertanto condividersi la sentenza della S.C. 19.8.2003 n. 12110, secondo la quale la sentenza che individua diversamente le parti tenute al pagamento del compenso al consulente revocherebbe implicitamente il decreto di liquidazione togliendogli efficacia. Detta sentenza, ponendosi inconsapevolmente in contrasto con numerosi arresti di segno diverso, trascura di considerare come sentenza e decreto operino su piani diversi e abbiano un diverso e specifico regime di stabilità. In altre parole, dopo il decorso del termine per l'impugnazione del decreto, questo (già provvisoriamente esecutivo) diviene definitivamente esecutivo e quindi non più modificabile.
Dunque la sentenza può regolare le spese di c.t.u. esclusivamente con riguardo ai diritti di rimborso interni alle parti, salvo il diritto del c.t.u. di agire esecutivamente sulla base del decreto anche dopo la sentenza e indipendentemente dalle statuizioni in esse contenute (del resto la sentenza non gli viene nemmeno comunicata).
Altra questione è quella relativa agli strumenti alternativi del c.t.u. volti a conseguire la liquidazione del proprio compenso: uno di questi è il ricorso al procedimento monitorio ex art. 633 n. 2 c.p.c., al quale va fatto ricorso necessariamente quando il Giudice omette di liquidare il compenso prima di emettere sentenza, spogliandosi del giudizio. In tale ipotesi, ove emettesse il decreto oltre la conclusione del giudizio, il decreto relativo avrebbe caratteri di abnormità e sarebbe impugnabile in Cassazione ex art. 111 cost. (Cass., 22.7.2003, n. 11418; 4.3.2000, n. 2481; 2.2.1994, n. 1022).