N. 20 [17] Anno VI Marzo 2005

RESOCONTI

CONVEGNO:
"PER UNA GIUSTIZIA PENALE
PIÙ SOLLECITA:
OSTACOLI E RIMEDI RAGIONEVOLI"
Università degli Studi di Milano Bicocca,
18 marzo 2005

Dott.sa Sarha Celestino

l 18 marzo scorso si è svolto presso l'Università degli Studi di Milano Bicocca un convegno dal titolo "Per una giustizia penale più sollecita: ostacoli e rimedi ragionevoli " organizzato dal Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale, in memoria di Giandomenico Pisapia a dieci anni dalla scomparsa. Sotto la guida del moderatore Giuliano Vassalli, si sono succeduti interventi di noti penalisti e processualisti sul tema della durata ragionevole del processo penale, quale principio cardine del nostro ordinamento dopo la riforma del giusto processo dell'art. 111 Cost. e riconosciuto a livello internazionale dall'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Nell'affrontare il tema, i relatori si sono interrogati su ostacoli e  possibili soluzioni che consentano di celebrare un processo in tempi ragionevoli, salvaguardando, in ogni caso, le necessarie garanzie giurisdizionali.
In particolare ci si è chiesti se, tra i vari istituti sostanziali e processuali che incidono sui tempi della giustizia penale, l'istituto della prescrizione possa rappresentare un rimedio  in vista di una durata ragionevole dei processi o se, al contrario, ne sia un ostacolo. La discussione non poteva prescindere dall'analisi del recente disegno di legge 2055 cd. ex Cirielli,  presentato alla Camera il 16 dicembre 2004, ora in esame alla Commissione Giustizia del Senato che ha, fino al momento in cui si scrive, licenziato solo i primi tre articoli con emendamenti.
Istituto pacificamente accettato negli ordinamenti giuridici moderni, la prescrizione conduce il reato nell'oblio col decorso del tempo, tutelando l'interesse alla certezza processuale dell'imputato, non sottoposto ai "fieri tormenti dell'incertezza", la cui condizione non può restare sospesa
sine die in attesa di un provvedimento giurisdizionale; vengono in considerazione, sullo sfondo, come ha ricordato il prof. Pulitanò, anche considerazioni legate alla funzione preventiva della pena: infatti, trascorso un certo lasso di tempo, da un lato, viene meno l'interesse della società ad accertare un reato non avvertito più come reale minaccia, la cui punizione non svolgerebbe alcuna funzione di deterrente; dall'altro, si eseguirebbe la pena nei confronti di un soggetto nei confronti del quale, a notevole distanza dalla commissione del reato, non sarebbe più utile un'opera di rieducazione.
La prescrizione peraltro ha una rilevanza tanto maggiore quanto più la macchina giudiziaria funziona su tempi lunghi. Se per l'imputato e il suo difensore rappresenta un successo legittimo, per la pubblica accusa, al contrario,  costituisce una chiara
defaillance. Non ostante ciò essa non può rappresentare una sanzione nei confronti dell'apparato giudiziario che ha mostrato scarsa sollecitudine o vera e propria inerzia nel perseguire un reato;  se pure l'intervento del prof. Amodio ha sottolineato i possibili abusi della pubblica accusa in tal senso (nell'atteggiamento dilatorio, ad esempio, nell'iscrizione della notizia criminis, strumentale alla decorrenza dei tempi d'indagine), condivisa è l'opinione che una prescrizione imperniata su tempi brevissimi impedirebbe all'accusa di formulare un'imputazione adeguata, supportata da un sufficiente quadro probatorio.
Perentoria l'affermazione ripetuta più volte -significativa in tal senso la posizione del prof. Giostra- secondo cui la prescrizione non può essere uno strumento per garantire ed assicurare la durata ragionevole del processo; al contrario essa può essere disfunzionale se, da istituto fisiologicamente accettato dal sistema, diviene momento patologico, creando le premesse di comportamenti dilatori all'interno del processo.  Delicatissimi problemi in tal senso sono posti dalla riforma ex Cirielli, così come li ha ricostruiti il prof. Marinucci. La  nuova versione dell'art. 157 c.p. prevede che "
la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge"; eliminando le fasce di gravità previste in relazione a categorie di reati su cui si impernia l'attuale sistema, attraverso la cd. clausola di equivalenza, si individua il tempo necessario a prescrivere facendo riferimento alla sola pena massima. Inoltre, non si tiene conto della diminuzione per le circostanze attenuanti e dell'aumento per le circostanze aggravanti (salvo che per le aggravanti ad effetto speciale). La nuova legge provocherebbe una vera "falcidia", con effetti disastrosi sulla prevenzione generale e speciale: a sicura prescrizione sarebbero destinati quasi tutti i processi per reati puniti al massimo con la reclusione tra i cinque e i sei anni, così come la grande maggioranza di quelli per i quali la pena massima è di otto anni di carcere.
Particolarmente criticata non solo la scelta tecnica di legare la prescrizione nuovamente al sistema del massimo edittale (più razionale sarebbe stato invece un sistema che legasse il tempo necessario a prescrivere alle difficoltà probatorie di ogni singolo reato), ma anche l'idea di sganciare l'istituto dal sistema delle circostanze che, sebbene non rappresentino elementi del fatto tipico, consentono di graduarne ragionevolmente il disvalore.
Le censure maggiori riguardano, tuttavia, la riforma dell'art. 159 c.p.
nella parte in cui prevede che il corso della prescrizione rimanga sospeso, oltre che nei casi ordinari, anche per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori. Tale norma deve essere coordinata con il nuovo art. 161 c.p., secondo cui "in nessun caso la sospensione e l'interruzione della prescrizione, anche congiuntamente computate, possono comportare l'aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere" (salvo eccezioni in casi di recidivi e per reati di particolare gravità). Così, i rinvii della difesa diventano specificamente causa di sospensione e i tempi di sospensione si computano dentro il tetto massimo di prescrizione che oggi  è previsto, all'art. 160 2° comma, solo per i casi di interruzione.  Il rischio, si afferma, è quello di creare un sistema che incentiva iniziative dilatorie, diffonde la cultura del rinvio e il cd. l'oltranzismo forense.
Sullo sfondo, si richiama il rapporto problematico tra attività difensiva in generale e prescrizione; impugnazioni, istanze di ricusazione, questioni di legittimità costituzionali, rinvii pregiudiziali certamente possono essere utilizzati a proprio interesse da una difesa che, in mancanza di altre carte, punti ad un'improcedibilità per prescrizione. Eppure, si controbatte, questi stessi strumenti, prima di essere piegati all'obiettivo prescrizione, rappresentano garanzie per l'imputato, sicure ed irrinunciabili  in un processo che pretende di essere
giusto, capace di assicurare una difesa effettiva. Quale il punto di equilibrio in un sistema di rapporti così precario ed instabile per natura? L'art. 111  Cost. ha la funzione di assicurare la ragionevole durata del processo, quando si arrivi ad una decisione rapida nel merito o improcedibilità per ragioni processuali; la prescrizione non è strumento che consente la durata ragionevole durata del processo ma, al contrario, è la ragionevole durata del processo che dovrebbe evitare la scadenza dei termini di prescrizione.
Al di là delle soluzioni tecniche possibili (ad esempio, scegliendo di non far decorrere i tempi di prescrizione dopo la sentenza di primo grado oppure distinguendo una prescrizione sostanziale da una prescrizione processuale), il prof. Nappi sottolinea  la soluzione vada cercata sul piano deontologico, invitando accusa e difesa a confrontarsi in un
fair play, in un contraddittorio leale, basato sulla parità delle armi, senza colpevoli inerzie da una parte, né illegittimi abusi dall'altra.

S.C.

LETTURE

M. T. CICERONE:
DEI DOVERI
De officiis

Roma, 42 a.C.


Non dobbiamo però farci scrupolo di difendere talvolta un colpevole, purché non si tratti uno scellerato e di un empio: lo esige il popolo, lo permette la consuetudine, lo richiede anche il sentimento umano. Il giudice, nella causa, deve perseguire sempre la verità; il patrono può sostenere talvolta il verosimile, anche se non è del tutto vero. […] Ma soprattutto in virtù delle difese si acquistano gloria e favore, e tanto più grandi, quando ci venga fatto di portare aiuto a qualcuno che ci sembri assediato e sopraffatto dalle forze di un potente; […]."
Cicerone merita recensore ben migliore di me e quindi lascio che sia questo breve stralcio delle Sue parole ad invitare alla lettura. (MT)

Marco Fabio Quintiliano:
Istituzione Oratoria
Institutio Oratoria

Roma, 95


ggi è in auge, giustamente, la psicologia giuridica, parte della quale si occupa dell'efficacia dell'esposizione verbale nel processo.
Leggendo Quintiliano, però, appare che ben poco di nuovo sia stato scoperto da allora: oggi si possono conoscere i meccanismi mentali che vengono sollecitati dalle forme retoriche, ma queste sono sempre le stesse da duemila anni.
Il trattato di Quintiliano è infatti, soprattutto nella sua parte maggiormente "giudiziale", estremamente utile per l'avvocato: il retore insegna come far sì che ogni discorso sia "corretto, chiaro, elegante". (MT)